Lotta fra titani

John Maynard Keynes

Su Foreign Affairs si discute ancora una volta della nuova austerity europea, e sulla probabile fine di un modello di sviluppo. O meglio di welfare. O meglio ancora di spesa. Già, perché in Europa la lotta è vista come una battaglia fra capitale e lavoro, ricchi e poveri, sinistra e destra, buoni e cattivi. Niente di più sbagliato, infatti i neoliberali hanno esattamente gli stessi obiettivi dei keynesiani, ma metodi differenti per giungere alla stessa conclusione: come allocare efficientemente le risorse.

La politica ha sempre utilizzato queste due visioni a proprio vantaggio, ma le ha spesso distorte. Un esempio lampante è quello di Reagan, che rifacendosi alla allora neonata e rampante scuola della “Public Choice”, diede vita alla deregulation. Tutto normale, direte voi. No, male, anzi malissimo. Gli studiosi della Public Choice sostengono che lo stato debba stare lontano il più possibile dall’economia, a parte nei settori in cui il fallimento del mercato è palese, ma per fare questo, a loro avviso, sarebbe necessario porre nuove regole, poiché i politici sono umani, e in quanto tali agiscono per la massimizzazione del proprio profitto. Quindi un aumento delle regole è stato trasformato nella deregulation, e i tagli alla spesa pubblica in un aumento incredibile di quest’ultima sempre negli anni della presidenza Reagan.

Lo stesso discorso vale per le politiche keynesiane, infatti il noto economista parlava della riallocazione delle risorse tramite la tassazione per sostenere la domanda aggregata, ma senza la distribuzione di denaro e privilegi a gruppi specifici. La riallocazione dovrebbe interessare tutti i consumatori e non solo una parte, ma si sa un euro in più a tutti cambia poco, mentre 100 € in più a 1000 persone mi spostano i voti. Come ha funzionato fino ad oggi, tra l’altro creando una serie di caste di intoccabili, è inutile dirlo, lo sappiamo tutti.

Entrambe le teorie hanno dei problemi: i neoclassici non considerano il welfare state come strettamente necessario, mentre i keynesiani non ritengono che i deficit pubblici rappresentino un problema a lungo termine. Le due pecche sono ovvie, e forse è giunto il momento di mettere da parte le battaglie da stadio e cominciare a ragionare su come riallocare le risorse senza bisogno di alimentare il deficit pubblico, in sostanza come vivere bene senza bisogno di indebitarci fin sopra le orecchie.



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