Abbiamo smesso di crederci. 20 anni fa

Che vi sia una certa avversione popolare nei confronti dell’UE è chiaro pressoché a tutti. Ma che questa avversione sia andata crescendo – talvolta progressivamente, talaltre repentinamente – da almeno 20 anni è forse meno di pubblico dominio.

In poche parole, però, è questa la sintesi dello studo “Do the Europeans still believe in the EU? Analysis of attitudes and expectations of EU public opinions over the past quarter century” di Daniel Debomy. Secondo il ricercatore, l’Europa ha vissuto un primo periodo di forte crescita nell’opinione pubblica, raggiungendo un livello record nella primavera 1991, poco prima di Maastricht, insomma. Poi, il crollo: forte decrescita fino alla primavera 1997, discesa moderata (con qualche sprazzo ottimista) fino al 2007, seguito da un ulteriore crollo dal 2008 ad oggi.

Ciò che però forse lo studio non spiega è che gli europei non è che si siano stancati dell’UE, dell’integrazione e dell’avanzamento politico-economico del continente. Ma si sono stancati – direttamente o indirettamente – di questi governanti attenti solo al breve periodo, chiacchieroni e litigiosi, improduttivi e disattenti. Datemi pure del populista demagogo – fa così trendy, oggigiorno – ma è deprimente seguire i preparativi del Consiglio europeo di questa settimana. Quello che dovrebbe salvare l’UE (e noi tutti) dal disastro. E che invece tra ‘nein’ tedeschi, assenze greche e sussurrate sfiducie italiane si sta trasformando in un patetico teatrino di cui pagheremo le dure conseguenze.


chiamalo come vuoi, ma non federalismo

Passiamo da un francese ad un altro. In un’intervista concessa qualche settimana fa al quotidiano Libération, il ministro delle finanze francese, Pierre Moscovici, ha affermato che oramai al termine “federalismo” preferisce usare quello di “intregrazione concreta et funzionale”.

La parola federalismo è un vecchio tabu per i francesi (allevati al culto della repubblica unita ed indivisibile) ma certo che siamo messi davvero male se anche un ex-presidente della sezione francese del Movimento Europeo, qual’era Moscovici, ha paura ad utilizzare quella parola e non riesce a spiegare ai propri cittadini che il federalismo, proprio quello vuol dire: integrazione funzionale e concreta.

Ma il fatto è un altro. Magari fosse solo un problema di parole. La pochezza è tale che qui l’Unione Politica non la fanno neanche davanti al pericolo. Non per assenza volontà, ma proprio per incapacità e mancanza di visione (che in tale circostanza dovrebbe essere la sopravvivenza, ma manco quella c’è).

PS.: Piccola nota per i feticisti, dell’intervista in questione vale la pena anche sottolineare il riferimento gramsciano (involontario?) del ministro francese che ad una domanda del giornalista risponde parlando di avere“l’ottimismo della volontà”.


“diversi anni” (e pochi mesi)

La settimana scorsa in un’intervista concessa al settimanale tedesco Die Zeit, pare che il Premier francese Jean-Marc Ayrault abbia affermato che la creazione degli eurobond prenderà “diversi anni”.

Ora ammesso che si tratti di un’operazione estremamente complessa, e che probabilmente la sua creazione non risolverebbe come per incanto la situazione critica in cui l’Europa sta affondando. Il punto è che Ayrault, come tutti gli altri dirigenti politici francesi (ed europei) sembrano non aver capito che se per fare gli eurobond sono necessari “diversi anni” per affossare definitivamente l’Europa e piombare il continente nel caos più assoluto rimangano invece solo pochi mesi.

L’Europa è in un certo modo sotto bombardamento ed i nostri ancora stanno lì a ragionare come se fossimo in tempi normali. In situazioni eccezionali ci voglio scelte (e dirigenti politici) eccezionali. Dove sono?


un Erasmus per i politici locali

Un programma Erasmus per i politici? Eh!? Non è uno scherzo, si tratta di un azione preparatoria lanciata recentemente dalla Commissione europea e dal Comitato delle regioni, il cui obiettivo è quello “di favorire l’interazione e lo scambio di esperienze positive” . Chiamato Erasmus per i rappresentanti eletti locali e regionali, il programma vuole spingere gli eletti comunali, provinciali e regionali ad incontrarsi.

Se infatti i programmi di cooperazione regionale hanno già permesso la creazione di importanti sinergie a livello europeo, permettendo alle amministrazioni locali di conoscersi e di scambiarsi buoni pratiche, i politici sembrano non essere entrati in questa logica di apertura mentale*. Gli ultimi sviluppi lo dimostrano (vedi ripieghi identitari-nazionali di alcuni politici).

Ieri, 20 giugno, sono scaduti i termini per presentare le domande. Ora resterà da vedere come verrà condotta l’azione e se raccoglierà i primi frutti. Sperando che non sia troppo tardi.

PS.: Ricordo in particolare un responsabile politico locale, che mentre i funzionari del dipartimento che dirigeva si davano da fare per partecipare a progetti europei, lui dal suo ufficio, continuava a dire che non credeva nell’Europa. Chissà se questi programmi riescano ad instillare una goccia di coscienza europea in una classe politica di base sempre meno cosmopolita.


il progressivo ripiegamento britannico

Proprio mentre in Europa, davanti una crisi dagli effetti devastanti, non si smette di ricordare i costi della disunione, dall’altro lato della Manica l’allontamento dalla cosa comune europea viene messo in pratica passo dopo passo. Da vario tempo è infatti  in corso una battaglia fra l’Inghilterra ed il Consiglio d’Europa di Strasburgo (che non è un organo UE).

Infastidito dalle sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani (organo legato al Consiglio d’Europa), nel corso degli ultimi mesi il Regno Unito ha tentato di limitarne i poteri, modificandone il funzionamento. Eppure c’è da dire che a Strasburgo si è fatto tutt’altro che tartassare Londra di sentenze. Basti pensare che nel corso del 2011 a fronte delle 159 condanne della Turchia, o delle 34 dell’Italia, il Regno Unito ne ha subite appena 8.

European Court of Human Rights
Créé par Tableau

Eppure no, per Londra c’è qualcosa che non va. I politici britannici non sembrano tollerare il potere vincolante delle sentenze della Corte. La sensazione di sentirsi espropriati della propria sovranità sarebbe quindi più forte dai vantaggi in materia di protezione di diritti umani che la Corte potrebbe garantire.

Tutto questo perché alcune delle condanne subite dalla Corte di Strasurgo hanno infastidito alcuni sudditi di sua maestà, eppure si trattava di decisioni che mettevano in discussione il rispetto dell’habeas corpus da parte delle autorità britanniche.

Daje e daje siamo sempre lì. Ancora una volta ecco un paese convinto che la riappropriazione di fette di sovranità nazionale cedute in precedenze, costituirebbe una sorta di panacea contro tutti mali. Il punto è che le violazioni dell’habeas corpus, nel Regno Unito ed altrove, non scompariranno dall’oggi al domani per il solo fatto di indebolire o far scomparire la Corte di Strasburgo. Chi glielo spiega questo ai pragmatici inglesi?


l’Argentina, il Regno Unito ed il primato che non c’è

Al G20 in Messico si è compiuto un altro atto del lungo litigio dell’Argentina e Regno Unito circa la sovranità delle isole Falkland/Malvinas. L’episodio più che un litigio sembra in realtà la solita sceneggiata in salsa argentino-britannica, Dove ognuno dei due attori da non esattamente il meglio di sé.

Ora uno la può pensare come vuole. Ma ciò che mi colpisce in diversi europei, e non parlo di gente incolta, è la sensazione che in questa faccenda la colpa ce l’abbia solo una parte: l’Argentina. E che l’esagerazione e la mancanza di volontà sia una esclusiva dello Stato Argentino.

Questo modo di vedere sembra riflette lo stato catatonico del nostro continente. Mentre nel Vecchio Continente tutto cade, noi ancora a credere nel nostro primato. “Noi siamo avanti, gli altri sono indietro”. Avanti così.


Al verde (smeraldo)

A noi di Maldeuropa l’Irlanda piace tanto. E non solo per la straordinaria bellezza dell’isola di smeraldo, delle sue verdi colline, delle scogliere, della musica e dell’atmosfera. L’Irlanda ci piace perché, a suo modo, è uno specchio dell’Europa di ieri e di oggi.

La Repubblica fondata sul sangue dei ribelli guidati da Micheal Collins non è mai stato un paese molto fortunato dal punto di vista politico ed economico: soggiogati per secoli al Regno Unito, colpiti da carestie ed epidemie, l’Irlanda è nota quasi più per l’emigrazione che per ‘meriti’ propri.

Eppure, l’UE aveva saputo dare una grossa mano all’Eire. Un uso adeguato dei fondi europei, unito ad una politica fiscale leggera, aveva garantito al paese un decennio di crescita esponenziale, sino a valersi l’appellativo di California d’Europa, grazie alla moltitudinaria presenza degli headquarters continentali delle grandi imprese ICT e high-tech.

Poi, è arrivata la crisi, il crollo delle banche, i salvataggi statali, l’esplosione del debito e la necessità di intervento esterno per evitare la bancarotta. E con la crisi non è sparito solo il benessere economico, ma anche quell’immagine moderna, fresca e vitale che l’Irlanda aveva saputo raccontare fino a qualche anno fa. Certo, piano piano le cose si stanno rimettendo sui giusti binari, ma le difficoltà sono enormi, tanto da provocare cambi di paradgmi sociali profondi nella cultura locale. Qualche giorno fa, infatti, Le Monde raccontava di come dal 2007 ad oggi degli 8.000 pubs del paese oltre mille hanno abbassato la serranda. Circa 200 all’anno. I simboli della cultura, della politica, della società e dell’immagine collettiva di un paese che alzano bandiera bianca, cancellando dalle mappe della campagna dell’isola di smeraldo i riferimenti e l’ispirazione di poeti, scrittori e ribelli.

Metaforico, per un paese che sembra aver smesso di sognare, e che non ha neanche trovato lo scatto d’orgoglio per provare di dire di no al Fiscal Compact, approvato per referendum a fine mese. Bene (?) per l’UE, certo, e probabilmente anche per l’Irlanda. Ma anche sintomo di un’Europa che, specchiandosi negli occhi verdi e tristi dell’Irlanda, ha smesso di credere in sé stessa e nella forza della sua gente.