la scelta europea dell’Italia non riguarda solo il PD

Linkiesta ha pubblicato un articolo a firma di Andrea Lorenzo Capussela, dove si pone la questione dell’implicazione dei cittadini italiani nel dibattito relativo al rafforzamento dell’Unione Europea. In sintesi Capussela dice che il passo avanti verso un unione politica europea è praticabile ma non senza creare un vero dibattito pubblico fra i citaddini:

“Concordare l’unione politica sarà complicato ma è possibile […] Ma è altrettanto chiaro che un progetto di tale portata non deve e non può essere deciso dai soli governi: occorre che essi lo espongano ai loro elettorati e parlamenti e ne guadagnino il consenso, senza il quale quel progetto non sarebbe neppure credibile”

Tutto vero e sacrosanto. Ciò che si capisce di meno però, è l’appello che in chiusura del suo articolo, Capussela rivolge al PD:

“L’onere di aprire questo dibattito spetta al Partito democratico, la prima forza del Paese e la più responsabile tra le grandi: dica se vuole l’unione politica e dica come la vuole”

Primo perché la scelta Europea deve essere una scelta di tutti i partiti e non di uno solo. Secondo perché, appunto, il PD, nonostante il suo peso, rappresenta solo una parte dell’arco politico italiano ed è lontano dal raccogliere la totalità dei consensi degli italiani: avrà sempre bisogno di alleati e da solo non potrà mai salvare il paese. Se si vuole insomma creare un dibattito pubblico sul futuro dell’UE, che sia tale, e che permetta di raggiungere la fasce più larghe possibili di cittadini italiani, il Partito Democratico da solo non basta. Oltre che al PD, l’appello andrebbe lanciato a tutti i partiti e soprattutto a chi per europeismo in passato non ha esattamente brillato.

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europei non votanti

Ad ottobre si terranno in Belgio, le elezioni amministrative. Come molti sanno, dal trattato di Maastricht in poi, i cittadini UE hanno la possibilità di partecipare alle elezioni comunali ed europee di un altro paese UE. Per questo le autorità belga hanno organizzato una campagna ad hoc per spingere i cittadini comunitari residenti in Belgio ad iscriversi al registro elettorale (l’iscrizione è necessaria, una volta iscritti si ha poi l’obbligo di votare, pena una multa).

È interessante vedere in che misura i cittadini europei fanno uso di questo loro diritto. Ebbene, alle scorse elezioni solo il 21% dei residenti europei aventi diritto si era iscritta. Questa volta pare non si arrivi nemmeno al 16%.

Cittadino europeo che ti lamenti del deficit democratico dell’UE: ma che ne fai dei tuoi (pochi) diritti che già hai?


i paradossi di Elio

Torniamo sulle citazioni di Elio Di Rupo, pubblicate nel precedente post, dove il primo ministro belga vi espone la sua visione europea. Europeista convinto come lo sono stati tutti gli esponenti del governo belga dal dopoguerra in poi, Di Rupo difende una visione di un’Europa dove i cittadini hanno la loro voce da dire. Nella visione di Di Rupo sembra però esserci una cosa buona ed un’altra meno buona.

La cosa buona è che Di Rupo sembra essere cosciente del fatto che una grande parte dei cittadini europei hanno la percezione di sentirsi espropriati della propria volontà. Proprio per questo il Premier belga insiste sul fatto che le decisioni europee non vengono prese da fantomatici burocratici che nessuno ha letto, ma dai rappresentanti dei governi. E per questo Di Rupo ricorda che “l’Europa siamo noi”.

La cosa meno buona ed anche un po’ paradossale è che Di Rupo vuole spiegare che l’Europa è democratica e viene fatta dai capi di governo, veri rappresentanti del popolo, e non dagli oscuri burocrati brussellesi della Commissione Europea. Se esiste un problema di deficit democratico nella gestione dell’uscita della crisi a livello questo riguarda non tanto la Commissione Europea, che in questo momento è debole come non mai, ma soprattutto il Consiglio Europeo: dove i capi di governo di riuniscono senza dover rendere conto a nessuno.


L’Europa secondo Elio

“Faccio parte di coloro che vogliono più Europa, ma più Europa non vuol dire che è la Commissione Europea che deciderà per gli altri”
[Elio Di Rupo – Premier belga, Mercoledì 27 giugno]

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“L’Unione Europea siamo noi: è con noi e per noi. Non si tratta di dei Commissari Europei che decidano ed altri che subiscono queste decisioni. Noi partecipiamo alle decisioni”
[Elio Di Rupo – Premier belga, Venerdì 29 giugno]


A (European) Butterfly Effect

Uno dei grandi luoghi comuni di questo periodo di crisi è che vi sia un confronto, diretto o indiretto che sia, tra la declinante Europa e la rampante Asia. Due stili e modelli di vita e lavoro distinti, lontani migliaia di chilometri, non solo geograficamente.

Si tratta, ovviamente, di una semplificazione in quanto non si possono comparare tra loro due blocchi eterogenei e internamente distinti, ma un fondo di verità c’è. Eppure, non bisogna mai stancarsi di ricordare quanto, al giorno d’oggi, conti quasi più l’interconnessione mutua che le singole performance interne.

Già, perché come riportato nell’Asian Development Outlook Supplement della Banca di Sviluppo Asiatico (qui una sintesi giornalistica), la crescita economica del continente viene duramente rallentata dal calo della domanda in UE (oltre che negli USA), con effetti particolarmente rilevanti su Cina e, soprattutto, India, quest’ulima già a rischio per una scarsa domanda interna e alta inflazione. Preoccupazioni che, peraltro, sono state poi la base del recente allarme lanciato dal Fondo Monetario Internazionale sull’aggravarsi della crisi mondiale.

Insomma, per farla breve, altro che blocchi contrapposti, altro che ‘guerra’ tra Europa e Asia: l’interconnessione, la compenetrazione di mercati ed economie hanno fatto sì che dall’Atlantico al Pacifico, passando per l’Oceano Indiano, si debba coordinarsi e mutuamente regolarsi, per evitare capitomboli pericolosi.

Un po’ problematico, soprattutto dal lato europeo, dove manco riusciamo a coordinarci tra di noi. E non a caso, l’ASEAN (l’associazione economica dei paesi del sud-est asiatico) sembra averlo capito e sta cercando un modello di coordinamento e integrazione distinto, nuovo. “Credo fermamente che non dobbiamo né possiamo imitare la struttura dell’Unione Europea”: sapete chi l’ha detto? Susilo Bambang Yudhoyono, Presidente dell’Indonesia, la Germania dell’ASEAN. Fino a non più di 10 anni fa, l’Europa, dal punto di vista dell’integrazione, era il sogno degli asiatici. Era. Ora non più.


Una fifa Bleu?

E’ stato pubblicato un recente sondaggio di Opinionway realizzato per conto dell’Institut Montagne e l’agenzia Tilder (e riportato sinteticamente qui dal blog ‘Coulisses de Bruxelles’ del giornalista di Libération Jean Quatremer) sulla visione dell’UE da parte dei francesi. In sintesi, il sondaggio evidenzia che ben il 77% dei francesi sarebbe favorevole ad una maggiore integrazione europea in senso politico, budgettario e bancario. Uno schiaffo agli euroscettici, che lascia però un po’ interdetti vista la contraddizione dei buoni risultati elettorali di movimenti non propriamente euro-entusiasti come il Front National e il Front de Gauche.

Ciò detto, proviamo ad evidenziare due aspetti rilevanti di questo sondaggio:

  1. Il non uso della parola ‘federalismo’ – Troppo ambigua, imprecisa, fonte di incomprensioni, dicono i sondaggisti. Più che altro, dico io, segno dell’incapacità dei leader europei di spiegare quale modello di federalismo si vuole per l’Europa. Sempre che lo si voglia. E, ad ogni modo, questo aspetto non fa che confermare quanto già asserito e riportato da noi di Maldeuropa, qui e qui.
  2. La ratio francese – E se l’euro-ottimismo francese non fosse altro che paura? Paura della crisi, dello spread OAT-BUND che sale, in termini percentuali, più di quello italiano e spagnolo, paura della disoccupazione a livelli record per un paese ricco come la Francia, paura di perdere definitivamente il primato politico-culturale nel continente? Una paura che si combatte solo condividendola, aprendola ad altri fronti, distribuendola su una porzione di territorio più estesa, su di una popolazione più ampia.

Ecco, se così fosse, abbiamo finalmente trovato il collante che terrà insieme l’UE di oggi e dell’immediato domani: la paura di crollare.


In coerenza

Qualche mese fa, quando tanto per cambiare l’UE era sull’orlo dell’abisso, l’allora premier greco, il socialista Papandreu, propose un referendum sul durissimo piano di interventi previsto dalla troika per il suo paese. Il Consiglio EU, guidato da Sarkozy (poi accusato da Papandreu di essere l’unico vero ostacolo al referendum) e Merkel, si oppose fieramente, i mercati iniziarono a bombardare Italia e Spagna, al ministro dell’economia Venizelos venne quasi un colpo e Papandreu fu poi costretto a ritirare la misura e a dimettersi. Per il bene dell’Europa.

Ora, a mesi di distanza e dopo il Consiglio EU di fine giugno che avrebbe salvato baracca e burattini, la Germania, pigra e svogliata in termini di riforme istituzionali interne, deve affrontare l’ennesimo scoglio del controllo di legittimità costituzionale degli accordi di Bruxelles, mentre da Londra fanno sapere che David Cameron sta progettando un non ben precisato referendum sui rapporti UK-EU. Insomma, due passaggi – uno indiretto, l’altro diretto – di legittimazione popolare delle iniziative europee. Ma perché Germania e Regno Unito sì e Grecia no?

Beh, si dirà, le situazioni congiunturali sono ben diverse. Chiaro. Ma dev’essere così anche quando si tratta di democrazia? Vale più la paura della finanza che il diritto di un cittadino ad esprimere le proprie opinioni? Probabilmente è così, ma se si vuole invertire la rotta fondando l’UE su basi di legittimazione democratica, è bene si parta agendo coerentemente e in maniera uniforme su tutto il territorio dell’Unione. Magari dal punto di vista finanziario ed economico ci saranno Stati membri di serie A e B, ma quando si parla di democrazia e diritti, no, non possono esistere distinzioni.