Il tunnel sotto la Manica

Come scardinare l’antieuropeismo e il sostanziale isolazionismo del Regno Unito? E’ una domanda piuttosto comune in Europa, oggigiorno. In tanti, dopo il successo parziale dei conservatori alle ultime elezioni generali, speravano che l’ingresso al governo di Londra dei Lib-Dem, tradizionalmente più filo-europei e attenti ai temi di integrazione dell’UE, consentissero – per non dire obbligassero – Cameron ad intraprendere una linea più morbida e conciliante nei confronti dell’UE.

Eppure non è stato così, anzi. Lo stretto della Manica sembra essersi allargato ancora di più in questi mesi, non senza qualche immancabile frecciata, neanche troppo velata, tra i governi continentali e quello di Downing Street. L’impressione che molti osservatori hanno avuto è che il distacco tra UK ed EU fosse ormai incolmabile, la frattura troppo profonda per essere risanata. Ma c’è chi crede ancora alla possibilità di ‘far rientrare Londra nei ranghi Europei’.

E non stiamo parlando dei soliti noti – Andrew Duff in testa – ma nientemeno che del presidente francese François Hollande il quale, auto-nominatosi nuovo leader della sinistra trans-europea, ha invitato all’Eliseo il leader dei laburisti britannici, Ed Miliband. Ancor prima di invitare l’attuale inquilino di Downing Street, David Cameron, del quale aveva persino snobbato un invito ai tempi della campagna elettorale.

A parte il poco tatto diplomatico-istituzionale di Hollande, che in questi mesi ha dimostrato di essere un osso ben più duro dell’atteso per i colleghi europei, è significativo che il leader dell’Eliseo punti le sue fiches su un personaggio così simile a lui. Miliband, infatti, appare sottovalutato dai suoi avversari, ma arriva da un netto successo alle amministrative britanniche (così come il PS francese vinse le regionali sotto la presidenza di Sarkozy), si prepara alla successione di Cameron con calma e pacatezza (da molti erroneamente interpretata come flemma), guarda all’Europa con decisamente meno scetticismo del suo rivale conservatore e coltiva alleanze europee ben più concilianti e meno austere del duo Merkozy.

Un vantaggio per l’Europa? Obiettivamente è presto per dirlo e non ha molto senso essendo ancora Cameron al potere in UK. Ma prepararsi ad una successione a Downing Street svoltando di nuovo verso Bruxelles potrebbe essere la chiave di volta per Miliband: un atteggiamento meno chiuso verso il ‘continente’ non è solo negli interessi elettorali del Labour – che in caso di mancata maggioranza assoluta potrebbe pensare a un’alleanza con i Lib-Dem di Nick Clegg basando l’accordo sul rientro di Londra sui binari dell’integrazione EU – ma di tutto il Regno Unito e dei suoi cittadini. L’isolamento britannico può forse essere scardinato, anche attraverso una campagna elettorale che spieghi realmente ai sudditi di Sua Maestà, con onestà intellettuale e meno retorica nazional-populista, cosa vuol dire appartenere alla famiglia europea. Pros and Cons. E magari con Hollande a fare da ‘padre nobile’ della candidatura di Miliband. Ancor più di Tony Blair. Un francese che ispira un politico inglese: forza dell’integrazione europea. Chissà se a Londra piacerà.



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