du iu spik european?

Uno dei problemi evidenti del comunicare a livello europeo è sicuramente la lingua. Per quanto l’uso dell’inglese risulti sempre più diffuso fra i cittadini europei, le istituzioni europee devono capire che l’inglese non basta. Se queste infatti vogliono essere percepite dai cittadini europei come qualcosa di “più vicino”, allora è fondamentale saper parlare la lingua del proprio destinatario. Certo poi non basterà tradurre sterilmente il messaggio, questo andrà pure adattato in funzione del destinatario.

Tutto questo per dire che il Parlamento Europeo ha un meraviglioso profilo Facebook su cui ogni giorno racconta delle storie molto interessanti. Lo fa bene usando tra l’altro delle bellissime immagini: il problema è che lo fa solo in inglese.

Come dicevamo prima, se si vuole giungere ai cittadini europei  ed arrivare al loro cuore (ed alla loro testa) allora l’inglese non basta. E questo anche quando si parla il linguaggio visivo-emotivo di Facebook. Questa è una cosa che hanno capito alcune testate di informazione europea. Osare il multilinguismo nella strategia di comunicazione UE è una necessità e non un capriccio ma un impellente necessità: quanto tempo ci vorrà a capirlo?

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in guerra insieme?

È arrivata la notizia dell’ennesimo militare italiano ucciso in Afghanistan. La lista dei caduti italiani si allunga e noi evidentemente ci stringiamo attorno alla famiglia del caduto.

Detto questo c’è una cosa che non si capisce: nonostante siano presenti sul terreno gli eserciti di vari paesi UE, i cui eserciti sono più o meno coordinati, i caduti continuano contati per paese di provenienza. Come se fosse un’operazione separata senza nessuna coordinazione. Non ha senso. Forse viene fatto così perché si ha paura di dare cifre che sarebbero più elevate. E perché così non ci sarebbe settimana senza annuncio di un caduto?


#uenobel?

Quando mi è stata annunciata la notizia del Nobel per la pace all’UE ho pensato, “Ma perché ora? Perché il premio arriva proprio adesso che l’unione tentenna più che mai? Non sarebbe stato forse meglio darlo prima, quando le cose andavano per il verso giusto e c’era chi davvero stava lottando per rafforzare il progetto europeo?

Poi però mi sono fermato a riflettere ed ho pensato che sì, che forse ora è il momento più adatto per conferire questo premio. Forse perché i saggi di Oslo hanno percepito il grande pericolo che il continente sta correndo, per via dello sgretolamento progressivo del progetto europeo a cui abbiamo assistito nel corso di questi ultimi anni. Come dire, è quando la notte sembra farsi più buia che il comitato Nobel ha probabilmente pensato che fosse arrivato il momento di reagire.

Non è la prima volta che il comitato conferisce un premio per il merito e l’impegno nella riconciliazione del continente europeo: si pensi al caso di Gustav Stresemann e Aristide Briand, ministri degli esteri tedesco e francese, che ricevettero nel 1928 il premio proprio mentre i regimi totalitari iniziavamo a fare capolino sul vecchio continente. Stresemann e Briand seppero lanciare un
messaggio di unione straordinario, a cui il comitato Nobel volle dare eco. Ma allora era oramai troppo tardi. La speranza è che questa volta non sia così.

Le decisioni non prese, i ritardi e le esitazioni delle classi dirigenti politiche europee hanno prodotto ad oggi delle ferite nell’opinione pubblica europea la cui cicatrice lascerà il segno. È giunto quindi il momento di agire.

Per quanto possa essere ampio il malcontento generale per il mal funzionamento dell’UE, la fine di un progetto comune europeo sarebbe una tragedia per tutto il continente. Come ricordava Paul Krugman sul New York Times qualche tempo fa, la fine dell’UE sarebbe il più grande fallimento della storia nel tentativo di creare un sistema di pace duratura e prosperità economica e sociale. Una Caporetto di dimensioni continentali, insomma. E se il premio ad Obama voleva forse essere un’esortazione, u incoraggiamento, allora anche questo Nobel europeo lo è, in questo caso accompagnato anche da un riconoscimento per quanto già fatto e apportato al continente.

Infine una piccola osservazione di natura tecnica, ma non troppo: chi ritirerà il premio? Barroso? Van Rompuy? Il presidente del Parlamento europeo Schulz? I 27 capi di governo e di stato europei al contempo? In realtà fra gli intestatari del premio dovrebbero andare tutti quegli uomini e quelle donne che hanno contribuito bel corso di questi 100 anni alla costruzione di questo progetto. Da Schumann a Monnet, passando per Miterrand, Spinelli, Ciampi, Padoa Schioppa, Kohl, Paul-Henri Spaak. E poi tutte quelle persone che resistettero coraggiosamente al fascismo, al nazionalsocialismo ed ai regimi sovietici sapendo opporre all’odio ed alla barbarie una visione del continente improntata sul rispetto, sul dialogo e sulla libertà. Infine vanno anche menzionati tutti quei cittadini europei che muovendosi, da un paese all’altro per trovare un lavoro o per studiare, con il loro sforzo quotidiano hanno contribuito e continuano a contribuire ogni giorno a rendere la nostra piccola Europa ogni giorno più una casa comune.

Già, perché l’Unione Europea che conosciamo oggi è lungi dall’essere perfetta, ha molti difetti ed è in preda ad un grave paralisi politica ed istituzionale. Ma questo non devo non impedirci di riconoscere che il progetto che la sostiene dalle fondamenta è e rimane valido. A chi lo critica e chi vede in esso solo infelicità, disgrazia, disoccupazione e oppressione bisognerebbe, ricordare cosa era il nostro continente 60 anni fa. A chi paragona l’UE ai regime totalitari bisognerebbe probabilmente rammentare cos’era vivere con la Gestapo e la Stasi.