se il difensore non difende

Ieri si parlava dell’eurofobia britannica e del fatto che se essa appare ad oggi del tutto incontrastata nel Regno Unito qualche responsabilità la portano anche coloro che pur avendo il compito di difendere il senso della costruzione europea non si sono dati così tanto da fare.

Beh proprio ieri, Jean Quatremer, sembrava affermare lo stesso concetto nel suo blog. Quatremer accusava infatti Barroso, non solo di aver presentato una proposta fumosa (se vuoi farti capire devi farlo chiaramente) ma soprattutto di non aver fatto quasi nulla per difendere il suo progetto di Budget.

Et depuis ? Rien, absolument rien. Un an sans communication vers l’extérieur. Un président absent, qui tente surtout de contrer l’influence de Herman Van Rompuy, le président du Conseil européen, auprès des États et du Parlement européen, des commissaires tétanisés osant à peine parler aux médias, des directeurs généraux planqués dans leur bureau au lieu d’expliquer les enjeux des négociations. Résultat : champ libre pour les États qui peuvent dire tout le mal qu’ils pensent des propositions de la Commission (et qui ne s’en privent pas, tout le monde est disponible)

Il risultato è sempre lo stesso: se non fai nulla per difendere il tuo operato, se non dai ragioni di credere a chi in te ci vuole credere, allora finisci per fare un favore ai tuoi avversari che ti vogliono al tappeto. Insomma se l’integrazione europea non la difende la Commissione Europea, chi lo deve fare?


du iu spik european?

Uno dei problemi evidenti del comunicare a livello europeo è sicuramente la lingua. Per quanto l’uso dell’inglese risulti sempre più diffuso fra i cittadini europei, le istituzioni europee devono capire che l’inglese non basta. Se queste infatti vogliono essere percepite dai cittadini europei come qualcosa di “più vicino”, allora è fondamentale saper parlare la lingua del proprio destinatario. Certo poi non basterà tradurre sterilmente il messaggio, questo andrà pure adattato in funzione del destinatario.

Tutto questo per dire che il Parlamento Europeo ha un meraviglioso profilo Facebook su cui ogni giorno racconta delle storie molto interessanti. Lo fa bene usando tra l’altro delle bellissime immagini: il problema è che lo fa solo in inglese.

Come dicevamo prima, se si vuole giungere ai cittadini europei  ed arrivare al loro cuore (ed alla loro testa) allora l’inglese non basta. E questo anche quando si parla il linguaggio visivo-emotivo di Facebook. Questa è una cosa che hanno capito alcune testate di informazione europea. Osare il multilinguismo nella strategia di comunicazione UE è una necessità e non un capriccio ma un impellente necessità: quanto tempo ci vorrà a capirlo?


Un fiasco chiamato EuroparlTV

Istituzioni europee e web 2.0: un rapporto complicato, irto di tormenti, da ultimo fallimentare. L’ultima cartina di tornasole dell’incapacità degli organismi di Bruxelles a tenere il passo con l’evoluzione dei “nuovi media” è la probabile soppressione di EuroparlTV.

La webtv dell’assemblea di Strasburgo colleziona meno visitatori mensili della pagina internet di un quotidiano locale, a fronte di un investimento annuale da capogiro: 9 milioni di euro. Un bilancio impietoso, che è ora finito nel mirino dei parlamentari stessi.

Nel rapporto di discarico del bilancio del 2010, i deputati chiedono infatti al segretario generale di prendere una decisione responsabile sul futuro della tv. Altrimenti detto: di disporne la chiusura. Un peccato. EuroparlTV in questi anni ha coperto con solerzia tutti i lavori dell’assemblea, rivelandosi un formidabile strumento per giornalisti e addetti ai lavori che non abitano a Bruxelles o semplicemente non avevano tempo e mezzi per seguire il carrozzone europeo a Strasburgo. Le interviste e i reportage sulla routine dei deputati, o i programmi di approfondimento sull’attività del Parlamento erano e restano non meno utili e interessanti.

Ma il problema, in fondo, è sempre lo stesso: anche se il format è innovativo, istituzioni come il PE si ostinano a proporre un giornalismo o un modo di fare comunicazione fin troppo tradizionale, e per ciò stesso poco appetibile al grande pubblico (che invece avrebbe dovuto essere il target principale dell’operazione). E’ pur vero che, almeno rispetto alla Commissione, per non parlare dei Comitati o la Corte di Giustizia, il Parlamento sta provando a offrire un’offerta informativa più innovativa e familiare con il web. Ma bisogna fare di più. Gli affari europei, purtroppo, sono noiosi, le scelte stilistiche e grafiche per diffonderli sono fondamentali. Il medium è il messaggio, ma se non lo si sa maneggiare, si chiude. Ed è giusto che sia così, se in ballo ci sono i soldi di un contribuente europeo che non conosce né conoscerà mai la storia senz’arte né parte di EuroparlTV.


Chi disprezza, compra

Image

Second il sito G20 Influencers, che misura la sfera di influenza di Twitter, la top ten degli utenti Twitter politicamente più influenti in ambito di affari EU è guidata dall’inglese Gavin Hewitt, corrispondente BBC, e nella lista appaiano altri due cittadini della perfida Albione notoriamente anti-europeisti, il corrispondente del Daily Telegraph Bruno Waterfield e lo sciagurato MEP Nigel Farage, un Borghezio d’oltremanica, praticamente.

Insomma, tutta gente che, in fondo in fondo e con l’eccezione del serio e compassato Hewitt, con l’Europa ci scherza quasi, attaccandola in maniera rotonda e spesso demagogica. Che l’Unione abbia dei gravi problemi siamo i primi ad ammetterlo su questo blog, ma dà un po’ fastidio che la derisione provenga da esponenti così apertamente e populisticamente anti-EU, e il loro ‘potere’ su Twitter dimostra che quello ‘spirito europeo’ è oramai totalmente assente nel continente. A meno che Farage e Waterfield non soffrano di una ben mascherata sindrome di Stoccolma…