europei non votanti

Ad ottobre si terranno in Belgio, le elezioni amministrative. Come molti sanno, dal trattato di Maastricht in poi, i cittadini UE hanno la possibilità di partecipare alle elezioni comunali ed europee di un altro paese UE. Per questo le autorità belga hanno organizzato una campagna ad hoc per spingere i cittadini comunitari residenti in Belgio ad iscriversi al registro elettorale (l’iscrizione è necessaria, una volta iscritti si ha poi l’obbligo di votare, pena una multa).

È interessante vedere in che misura i cittadini europei fanno uso di questo loro diritto. Ebbene, alle scorse elezioni solo il 21% dei residenti europei aventi diritto si era iscritta. Questa volta pare non si arrivi nemmeno al 16%.

Cittadino europeo che ti lamenti del deficit democratico dell’UE: ma che ne fai dei tuoi (pochi) diritti che già hai?

Annunci

In coerenza

Qualche mese fa, quando tanto per cambiare l’UE era sull’orlo dell’abisso, l’allora premier greco, il socialista Papandreu, propose un referendum sul durissimo piano di interventi previsto dalla troika per il suo paese. Il Consiglio EU, guidato da Sarkozy (poi accusato da Papandreu di essere l’unico vero ostacolo al referendum) e Merkel, si oppose fieramente, i mercati iniziarono a bombardare Italia e Spagna, al ministro dell’economia Venizelos venne quasi un colpo e Papandreu fu poi costretto a ritirare la misura e a dimettersi. Per il bene dell’Europa.

Ora, a mesi di distanza e dopo il Consiglio EU di fine giugno che avrebbe salvato baracca e burattini, la Germania, pigra e svogliata in termini di riforme istituzionali interne, deve affrontare l’ennesimo scoglio del controllo di legittimità costituzionale degli accordi di Bruxelles, mentre da Londra fanno sapere che David Cameron sta progettando un non ben precisato referendum sui rapporti UK-EU. Insomma, due passaggi – uno indiretto, l’altro diretto – di legittimazione popolare delle iniziative europee. Ma perché Germania e Regno Unito sì e Grecia no?

Beh, si dirà, le situazioni congiunturali sono ben diverse. Chiaro. Ma dev’essere così anche quando si tratta di democrazia? Vale più la paura della finanza che il diritto di un cittadino ad esprimere le proprie opinioni? Probabilmente è così, ma se si vuole invertire la rotta fondando l’UE su basi di legittimazione democratica, è bene si parta agendo coerentemente e in maniera uniforme su tutto il territorio dell’Unione. Magari dal punto di vista finanziario ed economico ci saranno Stati membri di serie A e B, ma quando si parla di democrazia e diritti, no, non possono esistere distinzioni.


L’involuzione federalista

Gaëtane Ricard-Nihoul è un’analista politica presso la rappresentanza della Commissione europea in Francia, oltre che ex segretaria generale del think tank europeista Notre Europe. Recentemente ha pubblicato un libro, Pour une Fédération européenne d’Etats-nations : la vision de Jacques Delors revisitée, nel quale analizza l’approccio europeo al federalismo dividendo la sua analisi in quattro punti:

  1. Storia della formula federalista e nascita del concetto (in Europa);
  2. L’incompletezza politica della federazione di Stati-nazione;
  3. Tre elementi chiave: condivisione di competenze, governo Europeo, democrazia;
  4. Organizzare la differenziazione dentro i confini dell’Unione (federalismo asimmetrico).

Di quanto ho potuto leggere finora dell’analisi della Ricard-Nihoul, ci sono due aspetti che mi hanno particolarmente attirato l’attenzione: in primo luogo, quello che l’autrice chiama “lo sviluppo del federalismo in Europa”, che ha portato il continente dal federalismo implicito (1950-1990), al federalismo retorico (1990-2002), poi al federalismo ‘tabù’ (2002-2008) e infine al federalismo come slogan (dal 2008 ad oggi). Insomma, oggigiorno siamo davanti a niente più che dichiarazioni di facciata da parte dei politici continentali, capaci solo di riempirsi la bocca di belle parole senza però voler cedere neanche la minima competenza in favore della costruzione federalista europea. A poco serve, quindi, l’iniziativa ‘Federalist Outing‘ dell’associazione ‘Giovani Federalisti Europei’ che elenca su Facebook tutta una serie di dichiarazioni pro federalismo europeo da parte di prominenti figure politiche: iniziativa lodevole, ma utopica e piuttosto retorica, stando a quanto sostiene la Ricard-Nihoul.

Il secondo punto di attenzione nel testo della ricercatrice riguarda il fatto che “le autorità politiche continuano a riferirsi ad una visione di federalismo che è stata ampiamente superata dalla realtà delle federazioni attualmente esistenti nonché da sviluppi paralleli nel pensiero federalista”. In altre parole: cari leader europei che vi compiacete a parlare di federalismo nei vari convegni e seminari in giro per l’UE, siete vecchi, sorpassati, antichi. Vi riferite a qualcosa che non esiste più, andato, morto. Quindi, vedete di cambiare passo e tono, perché – ve lo dico qualora non ve ne siate accorti – qui crolla tutto. Tutto. Altro che Stati Uniti d’Europa.


Buona Festa dell’Europa a tutti

Robert Schuman, di shilly shally

Robert Schuman, di shilly shally

La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. 

Robert Schuman, 9 maggio 1950


Santo subito

Urban Saint di cobalt123

Urban Saint di cobalt123

Personalmente penso che un inglese, europeista, federalista, liberal-democratico che dal 1999 combatte donchisciottamente per la riforma del sistema elettorale europeo cercando di creare liste transnazionali, di abbattere il deficit democratico della UE, di aumentare il senso di appartenenza a questa sconclusionata Unione e di fare del PE una vera ‘camera bassa’ europea, beh, merita un enorme rispetto per il coraggio e la perseveranza.

E se poi quando (meno di un mese fa), dopo che per l’ennesima volta una sua – peraltro leggera – proposta di riforma viene bocciata dai colleghi europarlamentari, ancora trova la voglia di scrivere una lettera ad EU Observer invitando a riflettere sull’assunto e a comprendere le ragioni della ‘eurofobia’ alla riforma elettorale senza trascendere in insulti, allora l’avvio del processo di beatificazione laica europeista è da avviare subito.

Avercene, di Andrew Duff.


Verso le primarie europee?

Primarie “di coalizione” per designare il successore di Barroso. E’ la scommessa di Dani Cohn-Bendit.

Parlando nel corso di un convegno all’Université Libre de Bruxelles (titolo eloquentissimo: l’Ue sta implodendo?) il co-presidente dei Verdi europei non solo reitera l’appello alla creazione di un patto “per la democratizzazione sociale ed ecologica dell’Europa”, una sorta di grande alleanza di centro-sinistra che includerebbe gli stessi Verdi, i Socialisti, Liberal-democratici e Comunisti. Ma propone che all’interno della coalizione si celebrino primarie per scegliere il futuro candidato alla presidenza della Commissione. Un’idea che ha incassato un mezzo via libera da Guy Verhofstadt, presidente dell’ALDE, il quale tuttavia paventa l’opposizione di partiti nazionali che provengano da tradizioni politiche ancora poco avvezze o addirittura ostili al sistema delle primarie.

Quanti simpatizzanti potrebbe attirare una elezione di questo tipo? Secondo Cohn-Bendit tra i 6 e i 10 milioni (260 sono quelli che hanno facoltà di voto). E’ già qualcosa. Ultimamente, gli appelli e le iniziative per rafforzare la dinamica democratica in seno all’Ue – e risolvere l’annoso deficit –  si sono moltiplicati. Si è tornato a parlare apertamente di elezione diretta del presidente della Commissione (la Germania, ad esempio, è da sempre favorevole), senza dimenticare il famigerato rapporto Duff, il quale suggerisce l’introduzione di una quota di deputati europei eletti su un un’unica circoscrizione transnazionale. Tutto resta sulla carta. Il rischio è che si arrivi al giro di boa del 2014 (rinnovo di parlamento e collegio commissari) senza che nessuna di queste proposte trovi concreta applicazione. Il rapporto Duff, come è noto, è fermo in parlamento da diverso tempo, osteggiato da un pezzo consistente dell’emiciclo. Ci sono paesi membri che uscirebbero dell’Unione europea pur di non vedere il capo della Commissione eletto dal popolo (leggi Regno Unito).

Alla fine, proprio le primarie di Cohn-Bendit potrebbero contrassegnare l’unico, minuscolo passo in avanti sulla via di quella democratizzazione dell’Ue, tanto invocata quanto tradita.