Una fifa Bleu?

E’ stato pubblicato un recente sondaggio di Opinionway realizzato per conto dell’Institut Montagne e l’agenzia Tilder (e riportato sinteticamente qui dal blog ‘Coulisses de Bruxelles’ del giornalista di Libération Jean Quatremer) sulla visione dell’UE da parte dei francesi. In sintesi, il sondaggio evidenzia che ben il 77% dei francesi sarebbe favorevole ad una maggiore integrazione europea in senso politico, budgettario e bancario. Uno schiaffo agli euroscettici, che lascia però un po’ interdetti vista la contraddizione dei buoni risultati elettorali di movimenti non propriamente euro-entusiasti come il Front National e il Front de Gauche.

Ciò detto, proviamo ad evidenziare due aspetti rilevanti di questo sondaggio:

  1. Il non uso della parola ‘federalismo’ – Troppo ambigua, imprecisa, fonte di incomprensioni, dicono i sondaggisti. Più che altro, dico io, segno dell’incapacità dei leader europei di spiegare quale modello di federalismo si vuole per l’Europa. Sempre che lo si voglia. E, ad ogni modo, questo aspetto non fa che confermare quanto già asserito e riportato da noi di Maldeuropa, qui e qui.
  2. La ratio francese – E se l’euro-ottimismo francese non fosse altro che paura? Paura della crisi, dello spread OAT-BUND che sale, in termini percentuali, più di quello italiano e spagnolo, paura della disoccupazione a livelli record per un paese ricco come la Francia, paura di perdere definitivamente il primato politico-culturale nel continente? Una paura che si combatte solo condividendola, aprendola ad altri fronti, distribuendola su una porzione di territorio più estesa, su di una popolazione più ampia.

Ecco, se così fosse, abbiamo finalmente trovato il collante che terrà insieme l’UE di oggi e dell’immediato domani: la paura di crollare.


L’involuzione federalista

Gaëtane Ricard-Nihoul è un’analista politica presso la rappresentanza della Commissione europea in Francia, oltre che ex segretaria generale del think tank europeista Notre Europe. Recentemente ha pubblicato un libro, Pour une Fédération européenne d’Etats-nations : la vision de Jacques Delors revisitée, nel quale analizza l’approccio europeo al federalismo dividendo la sua analisi in quattro punti:

  1. Storia della formula federalista e nascita del concetto (in Europa);
  2. L’incompletezza politica della federazione di Stati-nazione;
  3. Tre elementi chiave: condivisione di competenze, governo Europeo, democrazia;
  4. Organizzare la differenziazione dentro i confini dell’Unione (federalismo asimmetrico).

Di quanto ho potuto leggere finora dell’analisi della Ricard-Nihoul, ci sono due aspetti che mi hanno particolarmente attirato l’attenzione: in primo luogo, quello che l’autrice chiama “lo sviluppo del federalismo in Europa”, che ha portato il continente dal federalismo implicito (1950-1990), al federalismo retorico (1990-2002), poi al federalismo ‘tabù’ (2002-2008) e infine al federalismo come slogan (dal 2008 ad oggi). Insomma, oggigiorno siamo davanti a niente più che dichiarazioni di facciata da parte dei politici continentali, capaci solo di riempirsi la bocca di belle parole senza però voler cedere neanche la minima competenza in favore della costruzione federalista europea. A poco serve, quindi, l’iniziativa ‘Federalist Outing‘ dell’associazione ‘Giovani Federalisti Europei’ che elenca su Facebook tutta una serie di dichiarazioni pro federalismo europeo da parte di prominenti figure politiche: iniziativa lodevole, ma utopica e piuttosto retorica, stando a quanto sostiene la Ricard-Nihoul.

Il secondo punto di attenzione nel testo della ricercatrice riguarda il fatto che “le autorità politiche continuano a riferirsi ad una visione di federalismo che è stata ampiamente superata dalla realtà delle federazioni attualmente esistenti nonché da sviluppi paralleli nel pensiero federalista”. In altre parole: cari leader europei che vi compiacete a parlare di federalismo nei vari convegni e seminari in giro per l’UE, siete vecchi, sorpassati, antichi. Vi riferite a qualcosa che non esiste più, andato, morto. Quindi, vedete di cambiare passo e tono, perché – ve lo dico qualora non ve ne siate accorti – qui crolla tutto. Tutto. Altro che Stati Uniti d’Europa.