In tutta onestà

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Premesso che vedere una squadra olimpica europea a Sochi 2014 o a Rio 2016 è pura utopia, facciamoci una domanda a cui rispondere in tutta onestà: ma noi PIIGS europei saremmo in grado di tifare per un rappresentante del club delle triple A?


Il tunnel sotto la Manica

Come scardinare l’antieuropeismo e il sostanziale isolazionismo del Regno Unito? E’ una domanda piuttosto comune in Europa, oggigiorno. In tanti, dopo il successo parziale dei conservatori alle ultime elezioni generali, speravano che l’ingresso al governo di Londra dei Lib-Dem, tradizionalmente più filo-europei e attenti ai temi di integrazione dell’UE, consentissero – per non dire obbligassero – Cameron ad intraprendere una linea più morbida e conciliante nei confronti dell’UE.

Eppure non è stato così, anzi. Lo stretto della Manica sembra essersi allargato ancora di più in questi mesi, non senza qualche immancabile frecciata, neanche troppo velata, tra i governi continentali e quello di Downing Street. L’impressione che molti osservatori hanno avuto è che il distacco tra UK ed EU fosse ormai incolmabile, la frattura troppo profonda per essere risanata. Ma c’è chi crede ancora alla possibilità di ‘far rientrare Londra nei ranghi Europei’.

E non stiamo parlando dei soliti noti – Andrew Duff in testa – ma nientemeno che del presidente francese François Hollande il quale, auto-nominatosi nuovo leader della sinistra trans-europea, ha invitato all’Eliseo il leader dei laburisti britannici, Ed Miliband. Ancor prima di invitare l’attuale inquilino di Downing Street, David Cameron, del quale aveva persino snobbato un invito ai tempi della campagna elettorale.

A parte il poco tatto diplomatico-istituzionale di Hollande, che in questi mesi ha dimostrato di essere un osso ben più duro dell’atteso per i colleghi europei, è significativo che il leader dell’Eliseo punti le sue fiches su un personaggio così simile a lui. Miliband, infatti, appare sottovalutato dai suoi avversari, ma arriva da un netto successo alle amministrative britanniche (così come il PS francese vinse le regionali sotto la presidenza di Sarkozy), si prepara alla successione di Cameron con calma e pacatezza (da molti erroneamente interpretata come flemma), guarda all’Europa con decisamente meno scetticismo del suo rivale conservatore e coltiva alleanze europee ben più concilianti e meno austere del duo Merkozy.

Un vantaggio per l’Europa? Obiettivamente è presto per dirlo e non ha molto senso essendo ancora Cameron al potere in UK. Ma prepararsi ad una successione a Downing Street svoltando di nuovo verso Bruxelles potrebbe essere la chiave di volta per Miliband: un atteggiamento meno chiuso verso il ‘continente’ non è solo negli interessi elettorali del Labour – che in caso di mancata maggioranza assoluta potrebbe pensare a un’alleanza con i Lib-Dem di Nick Clegg basando l’accordo sul rientro di Londra sui binari dell’integrazione EU – ma di tutto il Regno Unito e dei suoi cittadini. L’isolamento britannico può forse essere scardinato, anche attraverso una campagna elettorale che spieghi realmente ai sudditi di Sua Maestà, con onestà intellettuale e meno retorica nazional-populista, cosa vuol dire appartenere alla famiglia europea. Pros and Cons. E magari con Hollande a fare da ‘padre nobile’ della candidatura di Miliband. Ancor più di Tony Blair. Un francese che ispira un politico inglese: forza dell’integrazione europea. Chissà se a Londra piacerà.


A (European) Butterfly Effect

Uno dei grandi luoghi comuni di questo periodo di crisi è che vi sia un confronto, diretto o indiretto che sia, tra la declinante Europa e la rampante Asia. Due stili e modelli di vita e lavoro distinti, lontani migliaia di chilometri, non solo geograficamente.

Si tratta, ovviamente, di una semplificazione in quanto non si possono comparare tra loro due blocchi eterogenei e internamente distinti, ma un fondo di verità c’è. Eppure, non bisogna mai stancarsi di ricordare quanto, al giorno d’oggi, conti quasi più l’interconnessione mutua che le singole performance interne.

Già, perché come riportato nell’Asian Development Outlook Supplement della Banca di Sviluppo Asiatico (qui una sintesi giornalistica), la crescita economica del continente viene duramente rallentata dal calo della domanda in UE (oltre che negli USA), con effetti particolarmente rilevanti su Cina e, soprattutto, India, quest’ulima già a rischio per una scarsa domanda interna e alta inflazione. Preoccupazioni che, peraltro, sono state poi la base del recente allarme lanciato dal Fondo Monetario Internazionale sull’aggravarsi della crisi mondiale.

Insomma, per farla breve, altro che blocchi contrapposti, altro che ‘guerra’ tra Europa e Asia: l’interconnessione, la compenetrazione di mercati ed economie hanno fatto sì che dall’Atlantico al Pacifico, passando per l’Oceano Indiano, si debba coordinarsi e mutuamente regolarsi, per evitare capitomboli pericolosi.

Un po’ problematico, soprattutto dal lato europeo, dove manco riusciamo a coordinarci tra di noi. E non a caso, l’ASEAN (l’associazione economica dei paesi del sud-est asiatico) sembra averlo capito e sta cercando un modello di coordinamento e integrazione distinto, nuovo. “Credo fermamente che non dobbiamo né possiamo imitare la struttura dell’Unione Europea”: sapete chi l’ha detto? Susilo Bambang Yudhoyono, Presidente dell’Indonesia, la Germania dell’ASEAN. Fino a non più di 10 anni fa, l’Europa, dal punto di vista dell’integrazione, era il sogno degli asiatici. Era. Ora non più.


Una fifa Bleu?

E’ stato pubblicato un recente sondaggio di Opinionway realizzato per conto dell’Institut Montagne e l’agenzia Tilder (e riportato sinteticamente qui dal blog ‘Coulisses de Bruxelles’ del giornalista di Libération Jean Quatremer) sulla visione dell’UE da parte dei francesi. In sintesi, il sondaggio evidenzia che ben il 77% dei francesi sarebbe favorevole ad una maggiore integrazione europea in senso politico, budgettario e bancario. Uno schiaffo agli euroscettici, che lascia però un po’ interdetti vista la contraddizione dei buoni risultati elettorali di movimenti non propriamente euro-entusiasti come il Front National e il Front de Gauche.

Ciò detto, proviamo ad evidenziare due aspetti rilevanti di questo sondaggio:

  1. Il non uso della parola ‘federalismo’ – Troppo ambigua, imprecisa, fonte di incomprensioni, dicono i sondaggisti. Più che altro, dico io, segno dell’incapacità dei leader europei di spiegare quale modello di federalismo si vuole per l’Europa. Sempre che lo si voglia. E, ad ogni modo, questo aspetto non fa che confermare quanto già asserito e riportato da noi di Maldeuropa, qui e qui.
  2. La ratio francese – E se l’euro-ottimismo francese non fosse altro che paura? Paura della crisi, dello spread OAT-BUND che sale, in termini percentuali, più di quello italiano e spagnolo, paura della disoccupazione a livelli record per un paese ricco come la Francia, paura di perdere definitivamente il primato politico-culturale nel continente? Una paura che si combatte solo condividendola, aprendola ad altri fronti, distribuendola su una porzione di territorio più estesa, su di una popolazione più ampia.

Ecco, se così fosse, abbiamo finalmente trovato il collante che terrà insieme l’UE di oggi e dell’immediato domani: la paura di crollare.


Al verde (smeraldo)

A noi di Maldeuropa l’Irlanda piace tanto. E non solo per la straordinaria bellezza dell’isola di smeraldo, delle sue verdi colline, delle scogliere, della musica e dell’atmosfera. L’Irlanda ci piace perché, a suo modo, è uno specchio dell’Europa di ieri e di oggi.

La Repubblica fondata sul sangue dei ribelli guidati da Micheal Collins non è mai stato un paese molto fortunato dal punto di vista politico ed economico: soggiogati per secoli al Regno Unito, colpiti da carestie ed epidemie, l’Irlanda è nota quasi più per l’emigrazione che per ‘meriti’ propri.

Eppure, l’UE aveva saputo dare una grossa mano all’Eire. Un uso adeguato dei fondi europei, unito ad una politica fiscale leggera, aveva garantito al paese un decennio di crescita esponenziale, sino a valersi l’appellativo di California d’Europa, grazie alla moltitudinaria presenza degli headquarters continentali delle grandi imprese ICT e high-tech.

Poi, è arrivata la crisi, il crollo delle banche, i salvataggi statali, l’esplosione del debito e la necessità di intervento esterno per evitare la bancarotta. E con la crisi non è sparito solo il benessere economico, ma anche quell’immagine moderna, fresca e vitale che l’Irlanda aveva saputo raccontare fino a qualche anno fa. Certo, piano piano le cose si stanno rimettendo sui giusti binari, ma le difficoltà sono enormi, tanto da provocare cambi di paradgmi sociali profondi nella cultura locale. Qualche giorno fa, infatti, Le Monde raccontava di come dal 2007 ad oggi degli 8.000 pubs del paese oltre mille hanno abbassato la serranda. Circa 200 all’anno. I simboli della cultura, della politica, della società e dell’immagine collettiva di un paese che alzano bandiera bianca, cancellando dalle mappe della campagna dell’isola di smeraldo i riferimenti e l’ispirazione di poeti, scrittori e ribelli.

Metaforico, per un paese che sembra aver smesso di sognare, e che non ha neanche trovato lo scatto d’orgoglio per provare di dire di no al Fiscal Compact, approvato per referendum a fine mese. Bene (?) per l’UE, certo, e probabilmente anche per l’Irlanda. Ma anche sintomo di un’Europa che, specchiandosi negli occhi verdi e tristi dell’Irlanda, ha smesso di credere in sé stessa e nella forza della sua gente.


L’involuzione federalista

Gaëtane Ricard-Nihoul è un’analista politica presso la rappresentanza della Commissione europea in Francia, oltre che ex segretaria generale del think tank europeista Notre Europe. Recentemente ha pubblicato un libro, Pour une Fédération européenne d’Etats-nations : la vision de Jacques Delors revisitée, nel quale analizza l’approccio europeo al federalismo dividendo la sua analisi in quattro punti:

  1. Storia della formula federalista e nascita del concetto (in Europa);
  2. L’incompletezza politica della federazione di Stati-nazione;
  3. Tre elementi chiave: condivisione di competenze, governo Europeo, democrazia;
  4. Organizzare la differenziazione dentro i confini dell’Unione (federalismo asimmetrico).

Di quanto ho potuto leggere finora dell’analisi della Ricard-Nihoul, ci sono due aspetti che mi hanno particolarmente attirato l’attenzione: in primo luogo, quello che l’autrice chiama “lo sviluppo del federalismo in Europa”, che ha portato il continente dal federalismo implicito (1950-1990), al federalismo retorico (1990-2002), poi al federalismo ‘tabù’ (2002-2008) e infine al federalismo come slogan (dal 2008 ad oggi). Insomma, oggigiorno siamo davanti a niente più che dichiarazioni di facciata da parte dei politici continentali, capaci solo di riempirsi la bocca di belle parole senza però voler cedere neanche la minima competenza in favore della costruzione federalista europea. A poco serve, quindi, l’iniziativa ‘Federalist Outing‘ dell’associazione ‘Giovani Federalisti Europei’ che elenca su Facebook tutta una serie di dichiarazioni pro federalismo europeo da parte di prominenti figure politiche: iniziativa lodevole, ma utopica e piuttosto retorica, stando a quanto sostiene la Ricard-Nihoul.

Il secondo punto di attenzione nel testo della ricercatrice riguarda il fatto che “le autorità politiche continuano a riferirsi ad una visione di federalismo che è stata ampiamente superata dalla realtà delle federazioni attualmente esistenti nonché da sviluppi paralleli nel pensiero federalista”. In altre parole: cari leader europei che vi compiacete a parlare di federalismo nei vari convegni e seminari in giro per l’UE, siete vecchi, sorpassati, antichi. Vi riferite a qualcosa che non esiste più, andato, morto. Quindi, vedete di cambiare passo e tono, perché – ve lo dico qualora non ve ne siate accorti – qui crolla tutto. Tutto. Altro che Stati Uniti d’Europa.


Buona Festa dell’Europa a tutti

Robert Schuman, di shilly shally

Robert Schuman, di shilly shally

La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. 

Robert Schuman, 9 maggio 1950