In coerenza

Qualche mese fa, quando tanto per cambiare l’UE era sull’orlo dell’abisso, l’allora premier greco, il socialista Papandreu, propose un referendum sul durissimo piano di interventi previsto dalla troika per il suo paese. Il Consiglio EU, guidato da Sarkozy (poi accusato da Papandreu di essere l’unico vero ostacolo al referendum) e Merkel, si oppose fieramente, i mercati iniziarono a bombardare Italia e Spagna, al ministro dell’economia Venizelos venne quasi un colpo e Papandreu fu poi costretto a ritirare la misura e a dimettersi. Per il bene dell’Europa.

Ora, a mesi di distanza e dopo il Consiglio EU di fine giugno che avrebbe salvato baracca e burattini, la Germania, pigra e svogliata in termini di riforme istituzionali interne, deve affrontare l’ennesimo scoglio del controllo di legittimità costituzionale degli accordi di Bruxelles, mentre da Londra fanno sapere che David Cameron sta progettando un non ben precisato referendum sui rapporti UK-EU. Insomma, due passaggi – uno indiretto, l’altro diretto – di legittimazione popolare delle iniziative europee. Ma perché Germania e Regno Unito sì e Grecia no?

Beh, si dirà, le situazioni congiunturali sono ben diverse. Chiaro. Ma dev’essere così anche quando si tratta di democrazia? Vale più la paura della finanza che il diritto di un cittadino ad esprimere le proprie opinioni? Probabilmente è così, ma se si vuole invertire la rotta fondando l’UE su basi di legittimazione democratica, è bene si parta agendo coerentemente e in maniera uniforme su tutto il territorio dell’Unione. Magari dal punto di vista finanziario ed economico ci saranno Stati membri di serie A e B, ma quando si parla di democrazia e diritti, no, non possono esistere distinzioni.

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30 anni

30 anni. Sono 30 anni che l’Unione europea aspetta una legislazione adeguata, completa e competitiva in materia di brevetti. Uno strumento che, se uniformato e condiviso su tutto il territorio dell’UE, faciliterebbe la difesa dei diritti industriali, incentiverebbe le imprese ad operare più apertamente sul mercato interno e darebbe impulso – quantomeno in linea teorica – alla ricerca e sviluppo industriale. Eppure, in questi 30 anni, di fatti se ne sono visti pochi.

Recentemente, l’argomento è ritornato in auge nel 2003 circa, e da allora è stato un susseguirsi di dibattiti e discussioni per giungere ad un quadro legislativo condiviso da tutti gli Stati membri. Nel dicembre 2011 arriva l’accordo definitivo, sulla base di una “cooperazione rinforzata” a 25, con Italia e Spagna che si chiamano fuori per motivi linguistici che non stiamo qui ad indagare.

Tutto fatto? Ma neanche per idea! Perché pochi giorni fa, Germania e Regno Unito hanno spostato ancora più in alto l’asticella del fastidio nei confronti dello pseudo-nazionalismo che impregna l’Europa di oggi, opponendosi al compromesso ottenuto durante la presidenza polacca del Consiglio che si accordava su Parigi quale sede della Corte di primo grado in materia di dispute sui brevetti. Uno schiaffo ai francesi che si ritorcerà però contro le imprese della Repubblica federale e della perfida Albione, più che mai interessate a combattere la crisi espandendo i propri mercati potenziali e incrementando il proprio potere competitivo.

E così, tutto bloccato, di nuovo. Il Consiglio di giugno, che sancirà il passaggio tra la presidenza danese e quella cipriota, difficilmente riuscirà a concludersi con un accordo tra le parti. Certo, si può sempre sperare in un miracolo. Ma c’è da crederci, in questa Europa cialtrona ed inconcludente di oggi?


Europäische Union

Das Reichs-Affenhaus, di Frank M. Rafik

Das Reichs-Affenhaus, di Frank M. Rafik

Sui media italiani la notizia è passata un po’ sordina, ma le dimissioni di Jean-Claude Juncker da presidente dell’Eurogruppo – effettive da quest’estate – a causa delle eccessive pressioni franco-tedesche sul leader lussemburghese sono oggettivamente un terremoto. Non tanto per le dimissioni in sé, ma per il modo con cui Juncker ha sbattuto la porta e per il fatto che il suo addio rappresenta l’ennesima vittoria della Germania nel gioco politico europeo.

Già, perché a sostituire Juncker ci penserà Wolfgang Schauble, attuale ministro dell’economia della Germania, fidatissimo della cancelliera Angela Merkel e strenuo difensore dell’austerità di bilancio che tanto sta costando ai paesi del sud Europa. Insomma, non proprio una notizia eccellente per i PIIGS, ed ennesima dimostrazione della direzione che sta prendendo senza indugiare l’UE. Tutto questo senza colpo ferire, per ora, da parte di Van Rompuy e Barroso: ancora aspettiamo reazioni ufficiali.

Certo, ora la Germania dovrà rinunciare alla presidenza dell’European Stability Mechanism che entrerà in funzione a luglio, sostituendo l’European Financial Stability Facility attualmente guidato da Klaus Regling, la cui poltrona è ambita da Spagna e Francia in primo luogo.

E tutto questo mentre oggi, mercoledì 2 maggio, l’ECFIN si riunisce per cercare di trovare un candidato unico alla presidenza della European Bank for Reconstruction and Development, attualmente presieduta da – indovinate un po’? – un tedesco, Thomas Mirow. Mirow, per la cronaca, non ha molta voglia di schiodarsi dal posto, ma sembrerebbe essere uscito dalle grazie di Frau Merkel. Innegabile però che il prossimo presidente – che venga da Francia, UK, Polonia o Serbia – dovrà essere gradito a Berlino, ça va sans dire…


Dublino, Europa

Austerity Soup in Ireland, di thachabre

Austerity Soup in Ireland, di thachabre

Continuiamo a parlare d’Irlanda. Dopo il post dedicato alle buone performance economiche dell’Eire, è il caso di concentrarsi sul discusso e importante referendum del 31 maggio sul fiscal compact.

Secondo un’indagine pubblicata da Reuters, il 47% dei cittadini dell’isola di smeraldo direbbe di sì al Trattato, salvando (forse) l’UE da una nuova profonda crisi istituzionale e di credibilità. Il dato preoccupa, tuttavia, perché la percentuale dei favorevoli è scesa di due punti rispetto al mese precedente, e ciò nonostante i buoni dati macroeconomici già presentati su questo blog e l’annuncio dell’uscita dalla recessione. Ma l’austerità costa agli irlandesi, toccati soprattutto dal fatto che l’UE – o meglio, la Germania – abbiano posto il paese di fronte ad una scelta senza alternative: o dite di sì al Trattato, o saltano i finanziamenti per il bailout. Un aut aut che a molti non va giù e che potrebbe spingere in alto la percentuale dei no.

Il fiscal compact ha bisogno del sì di almeno 12 dei 17 paesi dell’Eurozona per entrare in vigore. L’eventuale no irlandese, pertanto, non comporterebbe la fine del progetto, ma sicuramente la sua ‘morte cerebrale’, in quanto l’Irlanda rappresenta un tassello fondamentale nel processo di ricostruzione economica dell’UE.

In sostanza il 31 maggio, per una volta, tutti gli occhi saranno rivolti non a Bruxelles, Berlino o Parigi, ma a Dublino, capitale europea per un giorno.


Santo subito

Urban Saint di cobalt123

Urban Saint di cobalt123

Personalmente penso che un inglese, europeista, federalista, liberal-democratico che dal 1999 combatte donchisciottamente per la riforma del sistema elettorale europeo cercando di creare liste transnazionali, di abbattere il deficit democratico della UE, di aumentare il senso di appartenenza a questa sconclusionata Unione e di fare del PE una vera ‘camera bassa’ europea, beh, merita un enorme rispetto per il coraggio e la perseveranza.

E se poi quando (meno di un mese fa), dopo che per l’ennesima volta una sua – peraltro leggera – proposta di riforma viene bocciata dai colleghi europarlamentari, ancora trova la voglia di scrivere una lettera ad EU Observer invitando a riflettere sull’assunto e a comprendere le ragioni della ‘eurofobia’ alla riforma elettorale senza trascendere in insulti, allora l’avvio del processo di beatificazione laica europeista è da avviare subito.

Avercene, di Andrew Duff.