consapevolezze europee (ed è già un passo avanti, forse)

“Le dinamiche dell’Unione Europea (UE) stanno conoscendo una rapida evoluzione. Date un’occhiata agli ultimi risultati di sondaggi condotti dal rinomato centro di ricerca Pew Pew Research Centre. E riflettete sulla cupa conclusione del rapporto: “L’Unione europea è il nuovo malato d’Europa. Lo sforzo nel corso dell’ultimo mezzo secolo, per creare un’Europa più unita è oggi la principale vittima della crisi dell’euro. Il progetto europeo si trova ora in discredito in gran parte dell’Europa”.

Crediamo che gli educatori civici europei si trovino di fronte a due sfide importanti derivanti dallo stato in cui trova ll’Unione Europea. In primo luogo, la crisi economica in atto in Europa ha generato una crisi di sfiducia nei confronti del progetto europeo. I cittadini son empre meno disposti a trasferire all’Europa poteri e competenze. Il deficit democratico dell’UE è diventato sempre più visibile e contribuisce alla reazione a sostegnoo dell’UE. In secondo luogo, la crisi economica sta dividendo l’Europa e potrebbe infine portare alla rottura della stessa UE. Le forze centrifughe stanno tirando l’Europa da ogni parte, separando così i francesi dai tedeschi ed a sua volta i tedeschi da tutti gli altri. Nazioni del sud come la Spagna, l’Italia e la Grecia son sempre più in rotta come prova la loro frustrazione nei confronti di Bruxelles, di Berlino e la percezione di un sistema economico ingiusto.
Per decenni l’educazione civica ha difeso il progetto europeo ed il suo significato storico senza sollevare dubbi. I dibattiti circa l’opportunità di una maggiore integrazione europea, a mancanza di trasparenza ed i problemi del processo decisionale così come altre questioni sono state (in generale), accuratamente evitate.”

Chi lo ha detto? Il Movimento Cinque Stelle? I greci di Syriza? Gli eurofobi britannici? No, è stata l’Agenzia federale tedesca per l’educazione civica.


medagliere europeo

In visita a Londra, François Hollande si è concesso una stoccata ai vicini britannici, ironizzando sulla poche medaglia raccolte dai britannici nel corso dei primi giorni:

“È il risultato dell’Europa che conterà: conteggeremo le medaglie francesi come quelle dell’Europa, cosi anche i Britannici saranno contenti di essere europei”.


Noise from the EU

Al seguito del Consiglio Europeo di giovedì e venerdì c’è stato uno scambio di tweet fra italiani. Scambio che opponeva due distinte visioni circa l’esito (italiano) del Consiglio. Da un lato l’economista Michele Boldrin (noisefromamerika.org) si mostrava deluso e lamentava la pochezza dei risultati ottenuti degli italiani al tavolo dei negoziati. Dall’altro invece Lorenzo Robustelli, corrispondente a Bruxelles (eunews.it) difendeva l’accordo, e lamentava più che altro lo “sfascismo” boldriniano.

Chi ha ragione?

Fermo restando che bisognerà vedere come verrà messo in pratica il compromesso del Consiglio, la sensazione è che Boldrin giudica il tutto da persona sicuramente esperta in economia ma piuttosto digiuna dalle logiche che reggono i negoziati UE. Non coglie l’eccezionalità di quanto è successo l’altra sera. Dove per la prima volta da anni due nazioni diverse da Germania e Francia, hanno giocato di sponda, per ottenere qualcosa.

Complice la Francia, i 2 king-player euro-mediterranei sono riusciti a calare il loro asso nella manica ed a fare squadra, proprio quando nessuno se lo aspettava. Insomma Robustelli ha ragione, poi l’accordo non sarà perfetto e forse avvantaggerà più uno che l’altro, ma considerando come sono state gestite le cose fino ad ora nell’eurozona beh pensiamo che sia un passo in avanti.


cani grossi

“Gli Stati Uniti stanno peggio di noi, ma sono un cane grosso e nessuno lo morde. Dobbiamo diventare un cane grosso” (Romano Prodi)


Abbiamo smesso di crederci. 20 anni fa

Che vi sia una certa avversione popolare nei confronti dell’UE è chiaro pressoché a tutti. Ma che questa avversione sia andata crescendo – talvolta progressivamente, talaltre repentinamente – da almeno 20 anni è forse meno di pubblico dominio.

In poche parole, però, è questa la sintesi dello studo “Do the Europeans still believe in the EU? Analysis of attitudes and expectations of EU public opinions over the past quarter century” di Daniel Debomy. Secondo il ricercatore, l’Europa ha vissuto un primo periodo di forte crescita nell’opinione pubblica, raggiungendo un livello record nella primavera 1991, poco prima di Maastricht, insomma. Poi, il crollo: forte decrescita fino alla primavera 1997, discesa moderata (con qualche sprazzo ottimista) fino al 2007, seguito da un ulteriore crollo dal 2008 ad oggi.

Ciò che però forse lo studio non spiega è che gli europei non è che si siano stancati dell’UE, dell’integrazione e dell’avanzamento politico-economico del continente. Ma si sono stancati – direttamente o indirettamente – di questi governanti attenti solo al breve periodo, chiacchieroni e litigiosi, improduttivi e disattenti. Datemi pure del populista demagogo – fa così trendy, oggigiorno – ma è deprimente seguire i preparativi del Consiglio europeo di questa settimana. Quello che dovrebbe salvare l’UE (e noi tutti) dal disastro. E che invece tra ‘nein’ tedeschi, assenze greche e sussurrate sfiducie italiane si sta trasformando in un patetico teatrino di cui pagheremo le dure conseguenze.


l’Argentina, il Regno Unito ed il primato che non c’è

Al G20 in Messico si è compiuto un altro atto del lungo litigio dell’Argentina e Regno Unito circa la sovranità delle isole Falkland/Malvinas. L’episodio più che un litigio sembra in realtà la solita sceneggiata in salsa argentino-britannica, Dove ognuno dei due attori da non esattamente il meglio di sé.

Ora uno la può pensare come vuole. Ma ciò che mi colpisce in diversi europei, e non parlo di gente incolta, è la sensazione che in questa faccenda la colpa ce l’abbia solo una parte: l’Argentina. E che l’esagerazione e la mancanza di volontà sia una esclusiva dello Stato Argentino.

Questo modo di vedere sembra riflette lo stato catatonico del nostro continente. Mentre nel Vecchio Continente tutto cade, noi ancora a credere nel nostro primato. “Noi siamo avanti, gli altri sono indietro”. Avanti così.


La grande fuga

Nel 2009 nel rapporto “An Agenda for a reformed cohesion policy” l’autore – l’attuale ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca – sottolineava come Bruxelles (intesa come la Commissione europea, in particolare) dovesse tornare ad essere il centro focale delle politiche europee attraverso, soprattutto, la concentrazione presso i propri uffici di persone di alto profilo in grado di apportare un reale valore aggiunto al processo di costruzione delle politiche europee.

A questo aspetto, Barca dedicava un intero ‘pilastro’ del suo Rapporto, specificatamente il Pillar 8: Refocusing and strengthening the role of the Commission as a centre of competence (pag. XXII-XXIII), evidenziandone quindi la rilevanza per il futuro non solo della politica di coesione europea, bensì, più in generale, di tutta l’UE e delle sue politiche.

Bene, a neppure tre anni di distanza, il commissario EU agli affari amministrativi Maroš Šefčovič confessa a Euractiv che l’UE ha “problemi nel reclutare i migliori civil servants” nell’impossibilità di competere coni salari e le offerte provenienti da altri paesi quali, ad esempio, Regno Unito, Olanda o Lussemburgo.

Sarà pur vero che it’s all about money e un salario alto a Londra è più attraente di uno buono a Bruxelles, ma è tutto qui quello che l’UE sa offrire? Un salario medio-alto e basta? Dov’è lo stimolo professionale, la sfida personale da proporre ai propri dipendenti? La sfiducia nei confronti dell’Unione si sta riversando anche all’interno del proprio personale? La sensazione di non essere incisivi a livello decisionale e la relativa frustrazione fanno sì che la gente rinunci a lavorare e crescere nelle istituzioni e negli organismi europei, evidentemente.

E questo, permettetemi di dirlo, è una grossa sconfitta per l’Unione.