A (European) Butterfly Effect

Uno dei grandi luoghi comuni di questo periodo di crisi è che vi sia un confronto, diretto o indiretto che sia, tra la declinante Europa e la rampante Asia. Due stili e modelli di vita e lavoro distinti, lontani migliaia di chilometri, non solo geograficamente.

Si tratta, ovviamente, di una semplificazione in quanto non si possono comparare tra loro due blocchi eterogenei e internamente distinti, ma un fondo di verità c’è. Eppure, non bisogna mai stancarsi di ricordare quanto, al giorno d’oggi, conti quasi più l’interconnessione mutua che le singole performance interne.

Già, perché come riportato nell’Asian Development Outlook Supplement della Banca di Sviluppo Asiatico (qui una sintesi giornalistica), la crescita economica del continente viene duramente rallentata dal calo della domanda in UE (oltre che negli USA), con effetti particolarmente rilevanti su Cina e, soprattutto, India, quest’ulima già a rischio per una scarsa domanda interna e alta inflazione. Preoccupazioni che, peraltro, sono state poi la base del recente allarme lanciato dal Fondo Monetario Internazionale sull’aggravarsi della crisi mondiale.

Insomma, per farla breve, altro che blocchi contrapposti, altro che ‘guerra’ tra Europa e Asia: l’interconnessione, la compenetrazione di mercati ed economie hanno fatto sì che dall’Atlantico al Pacifico, passando per l’Oceano Indiano, si debba coordinarsi e mutuamente regolarsi, per evitare capitomboli pericolosi.

Un po’ problematico, soprattutto dal lato europeo, dove manco riusciamo a coordinarci tra di noi. E non a caso, l’ASEAN (l’associazione economica dei paesi del sud-est asiatico) sembra averlo capito e sta cercando un modello di coordinamento e integrazione distinto, nuovo. “Credo fermamente che non dobbiamo né possiamo imitare la struttura dell’Unione Europea”: sapete chi l’ha detto? Susilo Bambang Yudhoyono, Presidente dell’Indonesia, la Germania dell’ASEAN. Fino a non più di 10 anni fa, l’Europa, dal punto di vista dell’integrazione, era il sogno degli asiatici. Era. Ora non più.

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Una fifa Bleu?

E’ stato pubblicato un recente sondaggio di Opinionway realizzato per conto dell’Institut Montagne e l’agenzia Tilder (e riportato sinteticamente qui dal blog ‘Coulisses de Bruxelles’ del giornalista di Libération Jean Quatremer) sulla visione dell’UE da parte dei francesi. In sintesi, il sondaggio evidenzia che ben il 77% dei francesi sarebbe favorevole ad una maggiore integrazione europea in senso politico, budgettario e bancario. Uno schiaffo agli euroscettici, che lascia però un po’ interdetti vista la contraddizione dei buoni risultati elettorali di movimenti non propriamente euro-entusiasti come il Front National e il Front de Gauche.

Ciò detto, proviamo ad evidenziare due aspetti rilevanti di questo sondaggio:

  1. Il non uso della parola ‘federalismo’ – Troppo ambigua, imprecisa, fonte di incomprensioni, dicono i sondaggisti. Più che altro, dico io, segno dell’incapacità dei leader europei di spiegare quale modello di federalismo si vuole per l’Europa. Sempre che lo si voglia. E, ad ogni modo, questo aspetto non fa che confermare quanto già asserito e riportato da noi di Maldeuropa, qui e qui.
  2. La ratio francese – E se l’euro-ottimismo francese non fosse altro che paura? Paura della crisi, dello spread OAT-BUND che sale, in termini percentuali, più di quello italiano e spagnolo, paura della disoccupazione a livelli record per un paese ricco come la Francia, paura di perdere definitivamente il primato politico-culturale nel continente? Una paura che si combatte solo condividendola, aprendola ad altri fronti, distribuendola su una porzione di territorio più estesa, su di una popolazione più ampia.

Ecco, se così fosse, abbiamo finalmente trovato il collante che terrà insieme l’UE di oggi e dell’immediato domani: la paura di crollare.


Al verde (smeraldo)

A noi di Maldeuropa l’Irlanda piace tanto. E non solo per la straordinaria bellezza dell’isola di smeraldo, delle sue verdi colline, delle scogliere, della musica e dell’atmosfera. L’Irlanda ci piace perché, a suo modo, è uno specchio dell’Europa di ieri e di oggi.

La Repubblica fondata sul sangue dei ribelli guidati da Micheal Collins non è mai stato un paese molto fortunato dal punto di vista politico ed economico: soggiogati per secoli al Regno Unito, colpiti da carestie ed epidemie, l’Irlanda è nota quasi più per l’emigrazione che per ‘meriti’ propri.

Eppure, l’UE aveva saputo dare una grossa mano all’Eire. Un uso adeguato dei fondi europei, unito ad una politica fiscale leggera, aveva garantito al paese un decennio di crescita esponenziale, sino a valersi l’appellativo di California d’Europa, grazie alla moltitudinaria presenza degli headquarters continentali delle grandi imprese ICT e high-tech.

Poi, è arrivata la crisi, il crollo delle banche, i salvataggi statali, l’esplosione del debito e la necessità di intervento esterno per evitare la bancarotta. E con la crisi non è sparito solo il benessere economico, ma anche quell’immagine moderna, fresca e vitale che l’Irlanda aveva saputo raccontare fino a qualche anno fa. Certo, piano piano le cose si stanno rimettendo sui giusti binari, ma le difficoltà sono enormi, tanto da provocare cambi di paradgmi sociali profondi nella cultura locale. Qualche giorno fa, infatti, Le Monde raccontava di come dal 2007 ad oggi degli 8.000 pubs del paese oltre mille hanno abbassato la serranda. Circa 200 all’anno. I simboli della cultura, della politica, della società e dell’immagine collettiva di un paese che alzano bandiera bianca, cancellando dalle mappe della campagna dell’isola di smeraldo i riferimenti e l’ispirazione di poeti, scrittori e ribelli.

Metaforico, per un paese che sembra aver smesso di sognare, e che non ha neanche trovato lo scatto d’orgoglio per provare di dire di no al Fiscal Compact, approvato per referendum a fine mese. Bene (?) per l’UE, certo, e probabilmente anche per l’Irlanda. Ma anche sintomo di un’Europa che, specchiandosi negli occhi verdi e tristi dell’Irlanda, ha smesso di credere in sé stessa e nella forza della sua gente.


Lotta fra titani

John Maynard Keynes

Su Foreign Affairs si discute ancora una volta della nuova austerity europea, e sulla probabile fine di un modello di sviluppo. O meglio di welfare. O meglio ancora di spesa. Già, perché in Europa la lotta è vista come una battaglia fra capitale e lavoro, ricchi e poveri, sinistra e destra, buoni e cattivi. Niente di più sbagliato, infatti i neoliberali hanno esattamente gli stessi obiettivi dei keynesiani, ma metodi differenti per giungere alla stessa conclusione: come allocare efficientemente le risorse.

La politica ha sempre utilizzato queste due visioni a proprio vantaggio, ma le ha spesso distorte. Un esempio lampante è quello di Reagan, che rifacendosi alla allora neonata e rampante scuola della “Public Choice”, diede vita alla deregulation. Tutto normale, direte voi. No, male, anzi malissimo. Gli studiosi della Public Choice sostengono che lo stato debba stare lontano il più possibile dall’economia, a parte nei settori in cui il fallimento del mercato è palese, ma per fare questo, a loro avviso, sarebbe necessario porre nuove regole, poiché i politici sono umani, e in quanto tali agiscono per la massimizzazione del proprio profitto. Quindi un aumento delle regole è stato trasformato nella deregulation, e i tagli alla spesa pubblica in un aumento incredibile di quest’ultima sempre negli anni della presidenza Reagan.

Lo stesso discorso vale per le politiche keynesiane, infatti il noto economista parlava della riallocazione delle risorse tramite la tassazione per sostenere la domanda aggregata, ma senza la distribuzione di denaro e privilegi a gruppi specifici. La riallocazione dovrebbe interessare tutti i consumatori e non solo una parte, ma si sa un euro in più a tutti cambia poco, mentre 100 € in più a 1000 persone mi spostano i voti. Come ha funzionato fino ad oggi, tra l’altro creando una serie di caste di intoccabili, è inutile dirlo, lo sappiamo tutti.

Entrambe le teorie hanno dei problemi: i neoclassici non considerano il welfare state come strettamente necessario, mentre i keynesiani non ritengono che i deficit pubblici rappresentino un problema a lungo termine. Le due pecche sono ovvie, e forse è giunto il momento di mettere da parte le battaglie da stadio e cominciare a ragionare su come riallocare le risorse senza bisogno di alimentare il deficit pubblico, in sostanza come vivere bene senza bisogno di indebitarci fin sopra le orecchie.


Dublino, Europa

Austerity Soup in Ireland, di thachabre

Austerity Soup in Ireland, di thachabre

Continuiamo a parlare d’Irlanda. Dopo il post dedicato alle buone performance economiche dell’Eire, è il caso di concentrarsi sul discusso e importante referendum del 31 maggio sul fiscal compact.

Secondo un’indagine pubblicata da Reuters, il 47% dei cittadini dell’isola di smeraldo direbbe di sì al Trattato, salvando (forse) l’UE da una nuova profonda crisi istituzionale e di credibilità. Il dato preoccupa, tuttavia, perché la percentuale dei favorevoli è scesa di due punti rispetto al mese precedente, e ciò nonostante i buoni dati macroeconomici già presentati su questo blog e l’annuncio dell’uscita dalla recessione. Ma l’austerità costa agli irlandesi, toccati soprattutto dal fatto che l’UE – o meglio, la Germania – abbiano posto il paese di fronte ad una scelta senza alternative: o dite di sì al Trattato, o saltano i finanziamenti per il bailout. Un aut aut che a molti non va giù e che potrebbe spingere in alto la percentuale dei no.

Il fiscal compact ha bisogno del sì di almeno 12 dei 17 paesi dell’Eurozona per entrare in vigore. L’eventuale no irlandese, pertanto, non comporterebbe la fine del progetto, ma sicuramente la sua ‘morte cerebrale’, in quanto l’Irlanda rappresenta un tassello fondamentale nel processo di ricostruzione economica dell’UE.

In sostanza il 31 maggio, per una volta, tutti gli occhi saranno rivolti non a Bruxelles, Berlino o Parigi, ma a Dublino, capitale europea per un giorno.


Boccali al cielo per l’Irlanda!

Il deficit irlandese è crollato del 20%, meglio delle attese, e passa dal 31,2% del 2010 al 13,2% del 2011. Numeri leggermente drogati dal fatto che allo scoppio della crisi del debito è esplosa la bolla immobiliare nel paese, costringendo Dublino ad iniettare negli istituti di credito circa il 40% del PIL.

Essendo venuta a mancare nel 2011 la necessità di un rifinanziamento delle banche è ovvio che il deficit sia sceso di molto, ma la notizia migliore è che non ci sarà più bisogno di pompare denaro nel sistema creditizio, e quindi l’anno prossimo ci si attende un abbassamento del deficit al 8,6%.

Decisamente success story della crisi europea, presto potrebbe diventare caso di studio per i prossimi interventi della troika o del solo FMI. Non ci resta che augurarci un futuro da Irlanda.


Tutta colpa di François. Forse.

François Hollande, di photogreuhphies

François Hollande, di photogreuhphies

Secondo tutti – ma proprio tutti – i quotidiani italiani, il crollo delle borse di ieri, 23 aprile, è stato dovuto al successo al primo turno delle presidenziali francesi di François Hollande, candidato socialista. La colpa di Hollande? Quella, secondo gli esperti, di non rassicurare i mercati, complice la sua scarsa attitudine verso la ferrea disciplina di austerità imposta dal duo Merkel-Sarkozy all’Europa e la sua volontà espressa di mettere mano al fiscal compact in caso venga eletto presidente.

Ora, ammesso e non concesso che Hollande salga all’Eliseo, ma siamo proprio convinti che la causa scatenante del tracollo dei mercati di ieri sia quell’omone dal viso timido e un po’ impacciato che cerca di scalzare alla destra la poltrona di Président de la République? Ad onor del vero va riconosciuto che alcuni quotidiani hanno anche parlato di ‘effetto Olanda’ sui mercati, intendendo, questa volta, non l’Hollande d’oltralpe, bensì i Paesi Bassi nei quali è scoppiata la bomba della crisi di governo. Ad ogni buon modo, tutti ad additare l’occhialuto François, nuovo spauracchio della finanza mondiale. Sarkozy avrà gongolato, ieri sera.

Bene, sarà che i mercati sembrano entità con vita propria animati da non si sa bene che forza, ma pare strano che la sola lontana ipotesi di una modifica del fiscal compact – peraltro alquanto improbabile, visto lo stato in cui versa l’Europa – scateni un tal putiferio sui mercati. Non sarà forse che la pesante frenata del manifatturiero tedesco a far preoccupare le borse? Sarà forse il timore dell’estensione della crisi del debito sovrano nel cuore d’Europa (se la Germania frena, addio rigore e stabilità) a far tremare i polsi degli operatori?

Talvolta le soluzioni sono più semplici di quello che si possa pensare.