i negoziati sul budget europeo

Al Consiglio Europeo si è parlato di Budget e pare che non siano arrivati a nessun accordo. Secondo il think thank conservaotre britanncio (eurofobo, ça va sans dire) questa era l’ultima bozza di proposta fatta circolare da Van Rompuy:

Si riscontrerebbe in sostanza una riduzione degli aiuti alla cooperazione allo sviluppo (da cui le proteste delle ONG). Anche i fondi di coesione non si capisce bene che fine faranno:

Viene da chiedersi se in una condizione di crisi e stagnazione, si può davvero credere che la salvezza venga da dei tagli al budget europeo. Le risposte però le lasciamo dare ad altri:

1) Secondo il quotidiano argentino Clarín: “il budget sembra essere stato preparato da qualcuno che ha dimenticato che l’Europa sta vivendo la sua peggiore crisi dalla Seconda Guerra Mondiale”

2) L’eurodeputato olandese Gerbrandy dice che il punto sta non tanto nel sapere quanti soldi si spendono ma piuttosto come vengono spesi questi soldi

3) Nel suo editoriale di ieri Le Monde ricordava che se i britannici sono dei difensori del mercato unico devono capire che mantenere questo mercato ha un prezzo, vale a dire i fondi di coesione, “che servono ad aiutare i più poveri a recuperare il loro ritardo”. Se gli Svizzeri hanno accettato di versare questi fondi “per potere accedere ad un grande mercato”, allora anche i Britannici, semmai decidessero di uscire dall’UE, “dovranno fare la stessa cosa”.


dell’eurofobia britannica

Intervistato da Euractiv sulla posizioni euroscettiche di David Ceemron, il ricercatore britannico Glenn Gottfried parla anche dell’egemonia culturale dilagante degli Eurofobi nel Regno Unito, ed a tal riguardo individua due responsabili in particolare:

1) La Commissione Europea che a suo tempo si mostro incapace i successi ottenuti nel Nord dell’Inghilterra grazie ai fondi strutturali. Se non comunichi quando fai qualcosa bene, quando vuoi comunicare?

2) Gli europeisti inglesi che dal 1975 in poi non hanno fai sentito la necessità di spiegare l’Europa ai loro cittadini, malgrado alcuni evidenti successi (la libertà di circolazione, ecc.)

Questi due soggetti abdicando dal loro ruolo di ambasciatori dell’integrazione europea nel Regno Unito, hanno finito per lasciare campo libero agli eurofobi.


Il tunnel sotto la Manica

Come scardinare l’antieuropeismo e il sostanziale isolazionismo del Regno Unito? E’ una domanda piuttosto comune in Europa, oggigiorno. In tanti, dopo il successo parziale dei conservatori alle ultime elezioni generali, speravano che l’ingresso al governo di Londra dei Lib-Dem, tradizionalmente più filo-europei e attenti ai temi di integrazione dell’UE, consentissero – per non dire obbligassero – Cameron ad intraprendere una linea più morbida e conciliante nei confronti dell’UE.

Eppure non è stato così, anzi. Lo stretto della Manica sembra essersi allargato ancora di più in questi mesi, non senza qualche immancabile frecciata, neanche troppo velata, tra i governi continentali e quello di Downing Street. L’impressione che molti osservatori hanno avuto è che il distacco tra UK ed EU fosse ormai incolmabile, la frattura troppo profonda per essere risanata. Ma c’è chi crede ancora alla possibilità di ‘far rientrare Londra nei ranghi Europei’.

E non stiamo parlando dei soliti noti – Andrew Duff in testa – ma nientemeno che del presidente francese François Hollande il quale, auto-nominatosi nuovo leader della sinistra trans-europea, ha invitato all’Eliseo il leader dei laburisti britannici, Ed Miliband. Ancor prima di invitare l’attuale inquilino di Downing Street, David Cameron, del quale aveva persino snobbato un invito ai tempi della campagna elettorale.

A parte il poco tatto diplomatico-istituzionale di Hollande, che in questi mesi ha dimostrato di essere un osso ben più duro dell’atteso per i colleghi europei, è significativo che il leader dell’Eliseo punti le sue fiches su un personaggio così simile a lui. Miliband, infatti, appare sottovalutato dai suoi avversari, ma arriva da un netto successo alle amministrative britanniche (così come il PS francese vinse le regionali sotto la presidenza di Sarkozy), si prepara alla successione di Cameron con calma e pacatezza (da molti erroneamente interpretata come flemma), guarda all’Europa con decisamente meno scetticismo del suo rivale conservatore e coltiva alleanze europee ben più concilianti e meno austere del duo Merkozy.

Un vantaggio per l’Europa? Obiettivamente è presto per dirlo e non ha molto senso essendo ancora Cameron al potere in UK. Ma prepararsi ad una successione a Downing Street svoltando di nuovo verso Bruxelles potrebbe essere la chiave di volta per Miliband: un atteggiamento meno chiuso verso il ‘continente’ non è solo negli interessi elettorali del Labour – che in caso di mancata maggioranza assoluta potrebbe pensare a un’alleanza con i Lib-Dem di Nick Clegg basando l’accordo sul rientro di Londra sui binari dell’integrazione EU – ma di tutto il Regno Unito e dei suoi cittadini. L’isolamento britannico può forse essere scardinato, anche attraverso una campagna elettorale che spieghi realmente ai sudditi di Sua Maestà, con onestà intellettuale e meno retorica nazional-populista, cosa vuol dire appartenere alla famiglia europea. Pros and Cons. E magari con Hollande a fare da ‘padre nobile’ della candidatura di Miliband. Ancor più di Tony Blair. Un francese che ispira un politico inglese: forza dell’integrazione europea. Chissà se a Londra piacerà.


In coerenza

Qualche mese fa, quando tanto per cambiare l’UE era sull’orlo dell’abisso, l’allora premier greco, il socialista Papandreu, propose un referendum sul durissimo piano di interventi previsto dalla troika per il suo paese. Il Consiglio EU, guidato da Sarkozy (poi accusato da Papandreu di essere l’unico vero ostacolo al referendum) e Merkel, si oppose fieramente, i mercati iniziarono a bombardare Italia e Spagna, al ministro dell’economia Venizelos venne quasi un colpo e Papandreu fu poi costretto a ritirare la misura e a dimettersi. Per il bene dell’Europa.

Ora, a mesi di distanza e dopo il Consiglio EU di fine giugno che avrebbe salvato baracca e burattini, la Germania, pigra e svogliata in termini di riforme istituzionali interne, deve affrontare l’ennesimo scoglio del controllo di legittimità costituzionale degli accordi di Bruxelles, mentre da Londra fanno sapere che David Cameron sta progettando un non ben precisato referendum sui rapporti UK-EU. Insomma, due passaggi – uno indiretto, l’altro diretto – di legittimazione popolare delle iniziative europee. Ma perché Germania e Regno Unito sì e Grecia no?

Beh, si dirà, le situazioni congiunturali sono ben diverse. Chiaro. Ma dev’essere così anche quando si tratta di democrazia? Vale più la paura della finanza che il diritto di un cittadino ad esprimere le proprie opinioni? Probabilmente è così, ma se si vuole invertire la rotta fondando l’UE su basi di legittimazione democratica, è bene si parta agendo coerentemente e in maniera uniforme su tutto il territorio dell’Unione. Magari dal punto di vista finanziario ed economico ci saranno Stati membri di serie A e B, ma quando si parla di democrazia e diritti, no, non possono esistere distinzioni.


30 anni

30 anni. Sono 30 anni che l’Unione europea aspetta una legislazione adeguata, completa e competitiva in materia di brevetti. Uno strumento che, se uniformato e condiviso su tutto il territorio dell’UE, faciliterebbe la difesa dei diritti industriali, incentiverebbe le imprese ad operare più apertamente sul mercato interno e darebbe impulso – quantomeno in linea teorica – alla ricerca e sviluppo industriale. Eppure, in questi 30 anni, di fatti se ne sono visti pochi.

Recentemente, l’argomento è ritornato in auge nel 2003 circa, e da allora è stato un susseguirsi di dibattiti e discussioni per giungere ad un quadro legislativo condiviso da tutti gli Stati membri. Nel dicembre 2011 arriva l’accordo definitivo, sulla base di una “cooperazione rinforzata” a 25, con Italia e Spagna che si chiamano fuori per motivi linguistici che non stiamo qui ad indagare.

Tutto fatto? Ma neanche per idea! Perché pochi giorni fa, Germania e Regno Unito hanno spostato ancora più in alto l’asticella del fastidio nei confronti dello pseudo-nazionalismo che impregna l’Europa di oggi, opponendosi al compromesso ottenuto durante la presidenza polacca del Consiglio che si accordava su Parigi quale sede della Corte di primo grado in materia di dispute sui brevetti. Uno schiaffo ai francesi che si ritorcerà però contro le imprese della Repubblica federale e della perfida Albione, più che mai interessate a combattere la crisi espandendo i propri mercati potenziali e incrementando il proprio potere competitivo.

E così, tutto bloccato, di nuovo. Il Consiglio di giugno, che sancirà il passaggio tra la presidenza danese e quella cipriota, difficilmente riuscirà a concludersi con un accordo tra le parti. Certo, si può sempre sperare in un miracolo. Ma c’è da crederci, in questa Europa cialtrona ed inconcludente di oggi?